Cinema

 
 

IL FILM “LA MOGLIE GIAPPONESE” È L’IDEA DELL’ITALIANO MEDIO SULL’ORIENTE: ANCORA DEL TUTTO SBAGLIATA.

The Vision, 1 giugno 2022

Nel 1968 uscì “La moglie giapponese” di Gian Luigi Polidoro, una commedia amara che a tratti sconfina nel documentario di costume e che racconta lo scontro dell’immaginario italiano ed europeo su un “Oriente” narrato da sempre con i toni spiritualeggianti dell’esotismo, che non descrivono neanche lontanamente la realtà delle culture che compongono l’Asia. Attraverso il punto di vista del ragionier Taddei, il classico italiano medio costretto a un viaggio di lavoro, il film evidenzia con amarezza i luoghi comuni, le cantonate e le difficoltà italiane nel liberarsi dalla credenza di essere il centro del mondo.


NINETTO DAVOLI È IL VOLTO PIÙ LEGGERO E SPENSIERATO DELL’ANIMO DI PASOLINI E DEL SUO CINEMA

The Vision, 2 marzo 2022

“Notiamo i suoi ricci, i suoi occhi, l’espressione dei suoi occhi, i suoi lineamenti, come veste, come si cammina, come muove, come si muove, come sorride, mi dicono già loro stesse, senza bisogno di nessun altro linguaggio scritto o parlato, chi egli è, lui”. È questo che dice Pier Paolo Pasolini nel 1966 ne Il cinema di Pasolini. Appunti per un critofilm, di Maurizio Ponzi, osservando Ninetto Davoli che cammina scanzonato per una polverosa strada romana in camicia bianca, con un sorriso largo e buono. Il volto di Davoli ha fatto la storia del cinema, attraversando decenni di carriera e tenendo viva la lezione di Pasolini.


“IL MONDO SECONDO GARP” È UNA DELLE PIÙ BELLE INTERPRETAZIONI CHE CI HA LASCIATO ROBIN WILLIAMS

The Vision, 7 febbraio 2022

A distanza di quarant’anni, “Il mondo secondo Garp”, tratto dall’omonimo romanzo di John Irving, con due giovani Robin Williams e Glenn Close, ci parla ancora in maniera estremamente attuale della lotta per i diritti femminili e delle persone trans, e dei soprusi che subiscono costantemente le minoranze a causa della visione patriarcale e colonialista della società, così come al tempo stesso critica i punti deboli di certi femminismi. Questa storia avvincente, per nulla ideologica o a tutti i costi pedagogica, mescolando toni comici a tinte drammatiche, ci fa aderire profondamente alla causa del femminismo intersezionale, facendoci empatizzare a personaggi anche molto distanti da noi, coi loro pregi e difetti, grazie all’originale visione del mondo del protagonista Garp.


DON’T LOOK UP: COME RESTARE UGUALI A SE STESSI

Eccetera, 28 gennaio 2022

“Devi cambiare la tua vita” dice il filosofo Peter Sloterdijk riprendendo un famoso verso di Rainer Maria Rilke emerso dalla contemplazione del torso arcaico di Apollo. Mentre ero persa nei meandri del Covid ho sentito dire tutto e il contrario di tutto su questo film, e per me già questa polarizzazione è segno che sia riuscito a dire qualcosa, anche se attraverso una manifesta litote. Siamo così pigri che pur di non cambiare siamo disposti a credere a qualsiasi cosa ci venga propinata. Lo hanno visto tutti questo film, non perché sia facile, ma perché è in grado di proporre temi enormi in modo comprensibile, e questo non lo rende povero ma lo rende una grande satira, perfettamente riuscita. Il mio unico consiglio: non siate snob. La mia cosa preferita: il valore della scienza sottomesso al tornaconto dalla politica. Il link all’articolo nel primo commento, come ho scoperto si sia costretti a fare ora.


NOTO ANTIDIVO, CARLO DELLE PIANE È STATO IN REALTÀ UNO DEGLI ATTORI ITALIANI PIÙ RAPPRESENTATIVI

The Vision, 22 dicembre 2021

Anche chi non ha mai sentito parlare di Carlo Delle Piane, o non ha presente a che figura questo nome si riferisca, molto probabilmente riconoscerà invece l’immagine del suo volto, uno dei più caratteristici e indimenticabili del cinema italiano. Il mento aguzzo e sfuggente, gli occhi tondi e buoni, il naso vistosamente storto a causa di un colpo preso durante una partita di calcio quando era bambino, nel quartiere dov’è nato nel 1936 e cresciuto, intorno a Campo de’ Fiori e al ghetto di Roma: sono questi i tratti che hanno fatto sì che Delle Piane attirasse senza far nulla di particolare l’attenzione di grandi registi della sua epoca e fu così che iniziò a fare cinema. All’inizio come fosse un gioco, un modo per scoprire il mondo e guadagnare qualche soldo, e poi – film dopo film – sviluppando una vera e propria passione, crescendo stando vicino ai grandi artisti dell’epoca con cui era chiamato a collaborare: Vittorio De Sica, Steno, Mario Monicelli, Totò, Aldo Fabrizi, Alberto Sordie Nino Manfredi, per citarne solo alcuni, fino ad arrivare a Pupi Avati negli anni Settanta, con già più di un ventennio di gavetta cinematografica alle spalle.


“REGALO DI NATALE” È UNO DEI PIÙ BEI FILM ITALIANI DI SEMPRE MA NON CELEBRATO ABBASTANZA

The Vision, 18 dicembre 2021

Pupi Avati, che negli anni forse più laici della storia italiana non ebbe paura a definirsi cattolico, a metà degli anni Ottanta diede vita a quello che probabilmente è il film anti-natalizio per eccellenza, Regalo di Natale. La sua storia di mancato perdono, infatti, è ambientata proprio nel giorno simbolico della nascita di Gesù, il Redentore, cosa che fa riverberare ancora di più la sua feroce rappresentazione di quell’epoca tanto controversa. Avati, nonostante la sua fede, o forse proprio grazie a essa, ebbe il coraggio di mettere in scena un’analisi spietata, perché assolutamente oggettiva e velenosa della deriva che la società italiana aveva preso all’epoca, abbandonando gli insegnamenti della dottrina cristiana per abbracciare il nuovo culto del capitalismo, in cui vale chi riesce a fare soldi e ad avere successo.


“AMADEUS” CI HA MOSTRATO LA VITA DI UNA ROCKSTAR NEL ’700

The Vision, 14 dicembre 2021

Nel glossario contemporaneo alla discussa voce “genio” tra i primi nomi a venirci in mente – se non proprio il primo – c’è quello di Wolfgang Amadeus Mozart. Mozart è infatti passato alla storia come l’incarnazione del genio assoluto, che si fa manifestazione di un dono unico, stupefacente, agli occhi del mondo “divino”. Al tempo stesso, però, Mozart era un personaggio profondamente controverso, impossibile da incasellare e da dirigere, una figura scomoda che, come accade di epoca in epoca, il potere fa di tutto per sfruttare, ma senza riuscirci. Proprio per questo Mozart è un personaggio in grado di sfatare lo stesso mito del genio, che per quanto “affascinante” sarebbe ora di riconsiderare, perché profondamente fuorviante e limitato da un punto di vista intimo, sociale e politico.


CON I SUOI FILM VISIONARI E FATALISTI, WERNER HERZOG HA DATO VOCE ALLA POTENZA DEL DESIDERIO

The Vision, 1 dicembre 2021

Da adolescente mi chiedevo spesso quando avrei iniziato a rileggere i libri, quel momento mi spaventava e mi sembrava avere il sapore dell’inizio della morte. Non esagero. Non sapevo che il tempo sarebbe passato e corso sempre più velocemente, dandomi via via l’impressione di dimezzare il suo valore e l’intenzione di impedire che ciò accadesse cercando in tutti i modi di rifugiarmi nell’intensità. Ora che ho iniziato a “rileggere” mi rendo conto di una cosa che non avrei mai immaginato: dell’essere arrivata in quella fase della vita in cui ci si inizia ad accorgere dove sono nati i propri pensieri e le proprie convinzioni, le parole che ci identificano, ciò che si è. Al tempo stesso, avendo a mia volta scritto sempre di più, rintraccio sempre più spesso alcune parole e immagini che sembrano innestarsi nella psiche di alcuni individui, riproponendosi lungo i secoli e le epoche, fino a popolarci e affiorarci alle labbra, venirci in mente, vessillo di un’esperienza condivisa. Quando leggo o ascolto pensieri che riconosco mi sento al sicuro e questa cosa succede sempre con le opere del regista tedesco Werner Herzog.


PERCHÉ “MAID” È LA SERIE PIÙ POTENTE DELL’ANNO E DEVI VEDERLA

The Vision, 18 novembre 2021

Quando una storia è in grado di suscitare reazioni e interpretazioni anche molto diverse tra loro di solito è una storia che funziona. La realtà, come tanti stentano a riconoscere, non è fatta di “Sì” e di “No”, ma è infinitamente composta di dettagli, cangiante, sfaccettata. È il caso di Maid, la serie Netflix ispirata dal memoir di Stephanie Land (Domestica. Lavoro duro, paga bassa, e la voglia di sopravvivere di una madre), che vede al centro il tema della violenza di genere e della povertà, ma anche il ruolo di una giovane donna madre, i disturbi psichiatrici e l’abuso di potere nelle sue varie forme.


ANNA MAGNANI NON È STATA SOLO UN’ATTRICE MA UN VERO E PROPRIO SIMBOLO DI RIBELLIONE FEMMINILE

The Vision, 16 novembre 2021

Chi è nato tra gli anni Ottanta e Novanta ha probabilmente potuto sperimentare più di ogni altra generazione la rivoluzione digitale e il passaggio tra l’analogico e il digitale, dalla connessione a 16k e il 5G. La rete ha per certi versi accelerato la nostra esistenza, o forse l’ha semplicemente stipata all’inverosimile di materiali e informazioni che non sempre abbiamo la capacità di decodificare, capire, strutturare. Se da un lato la nostra capacità di emozionarci è stata sempre più stimolata, fino a raggiungere in certi casi una sorta di ottundimento, è anche vero che alcune opere con cui siamo entrati in contatto negli anni della nostra formazione psichica e identitaria ci sono rimaste, per forza di cose, più impresse di altre. Per me, ma lo fu anche per Ungaretti, è il caso di Roma città aperta, forse il più grande film di Roberto Rossellini, che oltre ad essere una delle opere più rappresentative del neorealismo segnò un vero e proprio spartiacque nella storia del cinema italiano e internazionale.


“L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE” E LA FORZA RIVOLUZIONARIA DELLA SESSUALITÀ IN UNA DITTATURA

The Vision, 28 ottobre 2021

Nel 1988 Philip Kaufman girò L’insostenibile leggerezza dell’essere, adattando liberamente l’omonimo romanzo scritto nel 1982, e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984, da Milan Kundera – il famoso scrittore ceco rifugiato in Francia in seguito all’invasione russa dell’allora Cecoslovacchia, avvenuta il 20 agosto del 1968. Kundera ebbe un rapporto travagliato e discontinuo con il Partito Comunista Ceco, finché non venne esiliato a causa del suo sostegno di quella che è passata alla storia come la Primavera di Praga. Tanto che, anche dopo la rivoluzione di velluto avvenuta nel 1989 e la caduta del Comunismo, passarono più di quindici anni prima che il suo grande romanzo fosse pubblicato in Repubblica Ceca.


“LA SCELTA DI SOPHIE” RACCONTA L’IMPOSSIBILE SOPRAVVIVENZA DI UN GENITORE ALLA MORTE DI UN FIGLIO

The Vision, 22 ottobre 2021

La sindrome del sopravvissuto appare tra i sintomi principali del disturbo post-traumatico da stress (DPTS) ed è caratterizzata principalmente da un profondo e inestinguibile senso di colpa, per cui il sopravvissuto non si dà pace. La sua stessa esistenza diventa una sorta di prova di colpevolezza, nella domanda: “Perché io sì e gli altri no?”. I sopravvissuti si sentono gratuitamente privilegiati rispetto a coloro che non ce l’hanno fatta e si ritengono responsabili per non aver fatto abbastanza per salvarli o per prevenire la catastrofe, anche se in realtà è chiaro che non avrebbero potuto mai fare niente per cambiare il corso degli eventi, dato che si scontrano con fenomeni la cui portata trascende le loro possibilità d’azione, o perché casuali o perché nati da una particolare condizione storica che li sovrasta.


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“RAGAZZE INTERROTTE” CI HA MOSTRATO QUANTO SIA SOTTILE LA LINEA TRA “NORMALITÀ” E DISAGIO MENTALE

The Vision, 12 ottobre 2021

“Ragazze interrotte”, ispirato alla storia vera della scrittrice Susanna Kaysen, con Winona Ryder e Angelina Jolie, mette magistralmente in scena le difficoltà che le donne hanno sempre incontrato nel corso della loro esistenza fino a portarle alla pazzia, mostrando in maniera affilata e toccante quanto ingiusto sia lo stigma che la società riserva a chi soffre di disturbi mentali, dato che tutti noi portiamo in potenza gli stessi traumi e fragilità.


IN “PARLA CON LEI”, ALMODÓVAR CI RACCONTA IN MODO SUBLIME L’INTRECCIO FRA MALATTIA, AMORE E MORTE

The Vision, 29 settembre 2021

Nei film di Almodóvar niente è come sembra. C’è tantissima trama, eppure sembra uno di quei film d’essai dove non succede quasi nulla. La trama viene infatti portata avanti dalle immagini e dal montaggio, più che dalle parole. La parola, sollevata da questo compito meccanico, può allora farsi esclusivo significato poetico, così i pochi dialoghi acquistano la forza della rivelazione. Come nelle opere liriche, la parola si fa aria, canto, il progredire della storia è affidato al destino e al direttore d’orchestra, che garantisce che la vicenda venga portata avanti.


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“MARE DENTRO” CI RICORDA CHE LEGITTIMARE L’EUTANASIA DÀ DIGNITÀ ALLA VITA OLTRE CHE ALLA MORTE

The Vision, 13 settembre 2021

Le posizioni contrarie alll’eutunasia si fondano sul concetto religioso di indisponibilità della propria vita, che non tiene conto della biografia, della responsabilità, del dolore e dell’autodeterminazione dell’inidividuo, impedendogli il diritto di morire dignitosamente. Costringere qualcuno che desidera morire a vivere una vita di dolori e di stenti dovrebbe oggi apparire come una violenza e una mancanza di rispetto intollerabile per uno Stato che si definisce laico. “Mare dentro”, il film del 2004 diretto da Alejandro Amenábar e interpretato magistralmente da Javier Bardem che racconta la storia vera di Ramón Sampedro, il primo cittadino spagnolo a chiedere di veder riconosciuto il suo diritto all’eutanasia e a una morte dignitosa, ci mostra perché.


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ENIGMATICI, COMPLESSI E RIVELATORI, I FILM DI GREENAWAY SONO CAPOLAVORI PER COMPRENDERE LA REALTÀ

The Vision, 09 settembre 2021

“Tutti i miei film parlano della classificazione del caos”. Questo desiderio di poco conto è un desiderio che attanaglia gli esseri umani da millenni – basti pensare alle filosofie antiche vediche, ma anche greche, ai miti da cui originano e infine al famoso motto della massoneria “Ordo ab chao”. L’illusione è che, dando un nome prima e classificando poi, gli esseri umani saranno finalmente in grado di salvarsi e di controllare ciò che esiste, quando in fondo, lo sappiamo bene, non sarà mai così, qualcosa ci sfuggirà sempre perché inclassificabile. Ma, ironia della sorte, è proprio questo incomprensibile che ci ostiniamo a cercare, in una domanda che finisce per esaurirsi in se stessa.


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“ROSENCRANTZ E GUILDENSTERN SONO MORTI” CONIUGA GENIO E FOLLIA IN UN CAPOLAVORO LETTERALMENTE UNICO

The Vision, 23 luglio 2021

“C’è stato un momento, all’inizio, in cui avremmo potuto dire di no. Ma chissà come c’è sfuggito. Faremo meglio la prossima volta”. È questa l’ultima frase pronunciata da Guildestern sul finale di Rosencrantz e Guildenstern sono morti, l’opera tragicomica di Tom Stoppard che nel 1990, adattata per il cinema, vinse il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, una sorta di spin offpostmoderno dell’Amleto di William Shakespeare. Questa frase, che fin dalla prima volta che la sentii mi restò impressa nella memoria, me ne ha ricordata un’altra, che ho scoperto grazie alla poetessa Alejandra Pizarnik. Nella sua ultima lettera, inviata pochi giorni prima dalla morte all’amico poeta Miguel Otero Silva, Pizarnik chiude citando due versi di una poesia di Henri Michaux“On n’a pas été des lâches. / On a fait ce qu’on a pu” (“Non siamo stati vigliacchi. / Abbiamo fatto quel che abbiamo potuto”). La poesia, del 1928, già nel titolo racchiude l’essenza della prospettiva che poi verrà ripresa dall’esistenzialismo prima e da Stoppard nel suo capolavoro poi: “Nausée ou c’est la mort qui vient?” (“Nausea o è la morte che si avvicina?”).


“THE READER” È IL CAPOLAVORO CHE CI INSEGNA QUANTO SIA DIFFICILE DISTINGUERE IL BENE DAL MALE

The Vision, 29 giugno 2021

C’è un ragazzo (un David Kross adolescente) su un tram che attraversa un quartiere tedesco come tanti. Passa la controllora e forse per caso non gli chiede il biglietto. Siamo nel primo dopoguerra, gli edifici sono malmessi, le insegne scrostate, c’è qualche cantiere. Il ragazzo incontra lo sguardo di un bambino che ha seguito la scena. Sembra sentirsi male, scende dal tram in fretta e furia, sembra disperato, in stato di choc, barcolla senza ombrello sotto il diluvio. Vomita, si accascia, piange. Una donna (Kate Winslet, che vincerà l’Oscar grazie a questa interpretazione) lo aiuta, pulisce dove ha sporcato, lo rassicura. “Va tutto bene,” gli dice e lo abbraccia. Lo riaccompagna a casa e prima di salutarlo lo invita ad avere cura di sé. Il ragazzo ha quindici anni, la donna è sulla quarantina. Quando guarisce dalla scarlattina che lo ha colpito, dopo tre mesi, torna a farle visita con un mazzo di fiori.


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“REVOLUTIONARY ROAD” MOSTRA IN MODO ESEMPLARE IL PESO DI UNA SOCIETÀ CHE OBBLIGA A RIGIDI RUOLI DI GENERE

The Vision, 23 giugno 2021

Mi piacciono i narratori che ti fanno entrare nelle storie in punta di piedi, e Sam Mendes nell’incipit di Revolutionary Road – il film del 2008 tratto dall’omonimo romanzo che Richard Yates scrisse nel 1961 – fa esattamente questo. La prima volta che lo vidi avevo diciannove anni e con una certa arroganza pensai che Mendes avesse fatto quella scelta per un motivo di sceneggiatura e adattamento abbastanza ovvio, ovvero farci vedere come i coniugi Wheeler si fossero incontrati. Oggi, una decina di anni dopo, con diverse letture del romanzo, una convivenza e una figlia mi dico che, anche se magari ci avevo visto giusto la prima volta, quei primi sessanta secondi oggi mi mostrano qualcosa di più acuto: il sogno, la leggerezza della possibilità, la tenerezza della promessa, il baratro tra noi stessi e gli altri che l’amore ci chiede di superare e che può diventare una voragine.


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“DOG DAY AFTERNOON”, CON PACINO E CAZALE, HA UNITO PER PRIMO I DIRITTI TRANS E IL RISCATTO SOCIALE

The Vision, 14 giugno 2021

Sono cresciuta pensando che Dog Day Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani, in italiano) fosse un film cult, e probabilmente lo è stato per un paio di generazioni prima della mia, essendo uscito nel 1975. Prima ancora di vederlo il suo titolo mi evocava un’atmosfera al tempo stesso vaga nei tratti ma ben delineata nei sensi e sicuramente ne avevo sentito parlare da mio padre, con quel suo modo in poche parole di riconoscere a certe opere un’importanza assoluta. Non a caso il film, diretto da Sidney Lumet, sceneggiato da Frank Pierson e interpretato da un giovane Al Pacino (nei panni di Sonny Wortzik) ricevette sei nomination agli Oscar, e vinse poi quello per la miglior sceneggiatura originale. Quello che non sapevo era che questa sceneggiatura era stata tratta da una storia vera, che nel 2013 venne ricostruita e raccontata nei dettagli attraverso un documentario indimenticabile titolato The Dog.


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PERCHÉ JARMUSCH È UN AUTORE E REGISTA GENIALE E SE NON LO CONOSCI TI MANCA UN INTERO PEZZO DI CINEMA

The Vision, 10 maggio 2021

Non so come è successo, ma da quando ho ricominciato a rivedere i film di Jim Jarmusch per scrivere questo pezzo, ho iniziato a confondere i nomi di alcune persone, come succede spesso nei suoi dialoghi. Il lapsus è un fenomeno che può far emergere un significato, oppure è un segno di demenza, di distrazione, un errore comune. Eppure ogni volta che qualcuno ci chiama con un nome che non è il nostro per un istante si crea una cesura. I nomi, nei film di Jarmusch, vengono sistematicamente confusi, e l’identità dei personaggi finisce per adattarsi a questo errore. A volte, come succede in Coffee and Cigarettes, qualcun altro ordina al posto nostro, e anche se all’inizio ci mette a disagio con il fastidio di un’inutile prepotenza, dopo poco capita che ci adattiamo a quella scelta, abdichiamo alle nostre piccole volontà che ci identificano, diventiamo qualcos’altro senza accorgercene.v


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GLOW È LA SERIE LIBERA E INCLUSIVA DI CUI ABBIAMO BISOGNO. MA È STATA CANCELLATA.

The Vision, 23 aprile 2021

Ci sono delle realtà in cui noi donne ci sentiamo bene, a nostro agio. Sono poche. Sono ambienti protetti, rari soprattutto nell’intrattenimento. Spesso sono realtà di sole donne. GLOW è una di queste. La serie, uscita su Netflix tra il 2017 e il 2019 (e cancellata senza portare a termine la quarta stagione nell’ottobre del 2020 a causa della pandemia), pur essendo un’opera di finzione si ispira all’omonimo programma televisivo andato in onda negli Stati Uniti tra il 1986 e il 1990, Gorgeous Ladies of Wrestling. Tredici donne che non hanno più niente da perdere mettono in piedi un programma inedito di wrestling femminile, insieme a un regista cinico, misogino e con una lunga serie di dipendenze e a un produttore ingenuo, privilegiato e appassionato.


THE OA NON È UNA SEMPLICE SERIE, CAMBIA LA TUA PERCEZIONE DELLA VITA REALE.

The Vision, 5 febbraio 2021

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Quando il 16 dicembre del 2016 uscì su Netflix The OA, la critica restò interdetta, molte persone, invece, pensarono che era esattamente ciò che aspettavano, il messaggio da consumare di cui sentivano di avere un profondo bisogno: avere fede, nell’invisibile ovviamente, o per usare un termine meno abusato dal New Age, nell’invisto. Non a caso la prima stagione si apre con il ritorno a casa, dopo sette anni di segregazione, di Prairie Johnson, una ragazza cieca che ha misteriosamente riacquistato la vista dopo aver attraversato la morte, il terrore e il proprio passato e aver fatto esperienza di un amore terreno e mistico a un tempo.


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I FILM DI KAURISMAKI SONO FIABE INCREDIBILI E SURREALI CHE CI MOSTRANO LA POSSIBILITÀ DI NON VINCERE

The Vision, 21 dicembre 2021

In questo periodo storico la povertà, così come la malattia, è tenuta con attenzione a distanza di sicurezza, quando non è proprio evitata, elusa, ignorata. L’estetica cheap dei nostri social, curata e sempre più ripetitiva e uniforme, sembra gridare un perenne: “Si salvi chi può”. Felici i felici, scriveva Borges in “Frammenti di un vangelo apocrifo”, verso poi ripreso più recentemente da Yasmina Reza. Sani i sani, ricchi i ricchi. Sembra che il dolore, che pure è ovunque, ci possa contagiare da un momento all’altro. Abbiamo paura di essere brutti, poveri, malati, insoddisfatti, tristi, disillusi, anche se non abbiamo sogni, vogliamo sembri a tutti che continuiamo a inseguirli, ad avere una traiettoria. Abbiamo paura di restare fermi, di essere lasciati indietro. Dalle nostre case non sappiamo più come lasciare un segno nel mondo. Non possiamo mostrarci, essere visti, non possiamo agire sul mondo, sedurlo, dominarlo, non possiamo giocarci. Una volta la società era più rigida, le possibilità erano meno, oggi invece scontiamo tutto il peso del possibile e dell’inattuato, e ciò ci fa soffrire, ci sentiamo colpevoli di qualcosa che non abbiamo fatto, di non fare abbastanza.


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KIESLOWSKI CON LE SUE ATMOSFERE UNICHE MOSTRA CHE LA VICINANZA È L’UNICA COSA A DAR SENSO ALL’ESISTENZA

The Vision, 12 novembre 2020

Ognuno di noi porta con sé immagini che in qualche modo lo hanno segnato. Siamo fatti di ricordi e i ricordi per la maggior parte delle persone sono soprattutto visioni, a cui sono connesse parole, suoni, sensazioni tattili e olfattive. A tutto ciò sono legate particolari atmosfere ed emozioni, per dirla con il filosofo tedesco Hermann Schmitz. Il nostro senso di identità è dato proprio da ciò che ricordiamo e dal modo in cui lo ricordiamo.


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LE DONNE SONO LE VERE PROTAGONISTE DEI FILM DI WOODY ALLEN

The Vision, 22 gennaio 2020

Ultimamente ho sentito dire da qualcuno che i film di Woody Allen sono maschilisti, in particolare perché propongono un’immagine femminile di “donna svampita”. Ma se non è un segreto che la qualità della produzione artistica del regista sia andata progressivamente abbassandosi col passare del tempo, tipizzandosi sempre più e appiattendosi al canovaccio della commedia à la Woody Allen è anche vero che questo regista, umanamente molto discusso, ha creato nel corso della sua carriera immensi capolavori, che hanno raccontato l’identità di una particolare epoca culturale, e che poi hanno influenzato a livello globale le nuove generazioni di creativi e creative a disagio nel mondo, offrendogli un vero e proprio modello di sguardo a cui aderire. Un’operazione poetica simile a quella fatta successivamente in Italia da Nanni Moretti. Chi di noi non si è identificata almeno una volta in Annie Hall? In Mary Wilkie o in Tracy (anche senza avere come compagno un intellettuale di dieci anni più vecchio), per citare tre tra i personaggi più famosi?


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WHO AM I? QUARTO POTERE E IL PIANO SEQUENZA

Recencinema, 12 dicembre 2020 (repost del 2013)

Mi è capitato più volte di sentir paragonato Quarto Potere (Citizen Kane il titolo originale) a 8 e ½ di Federico Fellini, eppure le tematiche del film mi sembra si avvicinino molto di più a quelle de La Dolce Vita. Infatti, mentre nel primo caso si parla della gestazione dell’opera d’arte, di un io creatore, nel secondo si discute di un sogno imperfetto chiamato realtà, in cui il protagonista vive un puzzle che non collima, che non si conclude. Nel capolavoro di Orson Welles sussiste un soggetto in terza persona e per giunta passato, in 8 e ½ un “io” tutto sommato in fieri. Ma questo, ad ogni modo, è un paragone per quelli che, come diceva Calvino, devono per forza cercare corrispondenze in tutto.


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Neruda, Pablo Larraín

Questo film non è un'opera biografica, anche se nel trailer campeggia la scritta "Tratto dalla storia vera" e si potrebbe pensare ispirato a Confesso che ho vissuto, memoir in cui il poeta racconta come ha fatto a fuggire dal Cile. Ma questo film non parla di Neruda, questo film è Neruda e ha due protagonisti: la Politica e la Poesia.


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Inside Out, Disney Pixar

Disney Pixar ha preparato un film per tutti quegli esseri umani zoppicanti e traumatizzati, e quindi per tutti gli esseri umani, regalandoci quello che nei nostri ricordi diventerà il novello Artax, perché non importa se sono passati secoli: le storie si nutrono ancora di sacrifici. Ciò nonostante, la pellicola si mantiene lievissima come nuvole, zucchero filato e dolci caramelle al posto di lacrime salate.


Le meraviglie, Alice Rohrwacher

"Là c'è una casa!", inizia con questo grido nella notte il film di Alice Rohrwacher (Grand Prix a Cannes), apparentemente lieve ma dalla struttura solida, consolidata quanto l’antico casale che la accoglie. Come scrive Alice Munro, "Il racconto è una casa. Ci entri e ci rimani per un po', andando avanti e indietro e sistemandoti dove ti pare, scoprendo i rapporti tra camere e corridoio, scoprendo come il mondo esterno viene alterato se lo si guarda da queste finestre".


Class Enemy, Rok Biček

Forse questo film celebra il trionfo degli “occhiazzurrini”, forse narra le storie di quei Blauäugigen di cui parlava Thomas Mann. I vincenti, i biondi, gli ordinati, quelli che sentono, riescono a sopravvivere perché pensano soltanto a cose di cui si può parlare, quelli che riescono a esprimere quello che non riesce a dire Sabina: la grande assenza di questo film, l’apparente protagonista per sottrazione, la ragazza che al mattino, prima di andare a scuola, indossa sempre lo stesso maglione per semplificare la realtà.


The Dog, Allison Berg & Frank Karauden

Filmidee #18 / 64. Berlinale 2014

C'è un grasso veterano con la faccia da sorcio furbo iscritto alla Gay Activists Alliance, una madre a scoppio e un fratello un po’ ritardato, un’ex moglie obesa in fucsia e una trans, Ernie – per gli amici Horny, ma la differenza è poca. C’è New York, ma prima di tutto c’è il Greenwich Village, i cortili e i locali, le lesbiche e i froci, e poi c’è Brooklyn. Ci sono una banca e una rapina, pizza take away, asfalto rovente e tanti poliziotti, una manciata di ostaggi e sette anni di prigione, tanta pellicola e un po’ di televisione, forse una telefonata. Ci sono una sola storia d’amore, e tanti amanti. “There’s sex and there’s love.”


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Birdman, Alejandro Gonzalez Iñárritu

Si è inevitabilmente indotti a pensare che Birdman sia una parodia, l’ennesimo film meta-cinematografico, meta-teatrale, meta-narrativo, meta-eccetera eccetera, e invece no. Il film di Iñárritu sembra prendersi sul serio (un po’ troppo per essere una commedia che non fa neanche troppo ridere). Va bene, ha vinto quattro Oscar ma questo, in fondo, questo non significa nulla.


La scelta di Barbara, Christian Petzold

Il film di Christian Petzold La scelta di Barbara – vincitore nel 2012 dell'Orso d'Argento – ci racconta una vicenda che si svolge in un clima di sordido, accarezzato dalla luce apparentemente rassicurante della campagna, distante dal centro, dai confini dell’impero. Una storia di fiducia, più che d’amore; la storia di una donna – ma forse prima di tutto di un medico – che si ritrova di fronte a una scelta. Interessante è il punto di vista con cui il regista affronta il tema della Germania divisa e della vita sotto il regime. 


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In ordine di sparizione, Hans Petter Moland

Neve e schiuma da barba. Nils è il taciturno autista dello spazzaneve che mantiene sgombre le strade a bassa percorrenza e aperti i passi di montagna. Il paesaggio è quello buio e inospitale della Norvegia, ma Nils, con stoica determinazione, continua a fare ogni giorno il suo dovere, tanto da essere nominato cittadino dell’anno. Il mattino dopo la cerimonia, però, riceve la notizia della morte del figlio.


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La buca, Daniele Ciprì

I grandi artisti a volte non fanno che ripetere sempre lo stesso di film, altre volte, invece, esplorano generi completamente diversi. A quanto pare Daniele Ciprì dimostra di appartenere a questa seconda categoria. Ossessionato dal suo simulacro, rimane disperatamente fedele a se stesso, pur declinandosi in tante forme diverse, quante ne offre la possibilità, o nel nostro caso la storia del cinema. Come fosse una sfida, un esercizio d’identità o un cambio d’abito.


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Molière in bicicletta, Philippe Le Guay

Serge – disgustato dagli esseri umani in genere e in particolare da quelli che battono il palcoscenico – si è ritirato in una casetta su l’Île de Ré. Isolamento che viene interrotto dopo tre anni dall’ex-discepolo Gauthier Valence, che nel frattempo – e suo malgrado – è diventato una star televisiva molto amata dal pubblico. Gauthier l’ha raggiunto per proporgli una parte nel Misantropo di Molière. Serge dà per scontato che sia la parte di Alceste, ma quella che gli viene offerta è quella di Philinte.